cultura del vino eventi

Young to young Vinitaly 2014

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Tre visioni diverse, tre storie diverse, tre ottimi vini. Potremmo sintetizzare così la sessione di degustazione offerta da Young to Young a cui abbiamo avuto la fortuna di assistere. Ad accomunare Lara, Alfredo e Massimiliano, tre giovani produttori, è la passione per il vino e il forte legame col proprio territorio, che li ha stimolati a rinnovare in maniera più o meno estesa e radicale l’attività che la famiglia aveva impiantato; una tensione continua, in equilibrio tra tradizione e innovazione, con esordi difficili tra famigliari perplessi e con un finale che non vogliamo ancora scrivere perché l’impresa deve continuare, ma che fa assolutamente ben sperare per un lieto fine. Questi novelli Cristoforo Colombo, non curanti dei rumors dei detrattattori, danno l’impressione di aver sempre avuto chiara la meta, hanno portato avanti la loro idea e il vino ha dato loro ragione!

Andiamo allora a conoscere meglio questi ragazzi.

Lara Damoli per Damoli di Negrar (Vr) – Brigasco Rosso del Veronese Igt 2006

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Ventisei anni, la sua azienda familiare ha una lunga tradizione nella Valpolicella classica: l’attività è cominciata addirittura nel Seicento, ma è stato il nonno di Lara, a metà degli anni Cinquanta, a portarla a livello imprenditoriale. Dopo il salto di una generazione, Lara e il fratello Daniele, giovanissimi, hanno preso in  mano le redini, in equilibrio tra un forte amore per la tradizione e la voglia di emergere, apportare la loro interpretazione personale, lasciare il segno, insomma. Hanno puntato sul perfezionamento delle vigne, ragionando di esposizione, altitudine, caratteristiche del terreno, rispettando il lavoro dei nonni e il territorio, inserendo uve merlot – questa la loro principale innovazione – e arrivando a produrre un vino IGT, il Brigasco Rosso del Veronese, del tutto particolare, per cui sfruttano lo stesso processo dell’amarone. Il padre si è messo le mani nei capelli quando hanno tolto tutte le vigne e le hanno reimpiantate, l’inserimento del merlot è stata per lui un’ulteriore mazzata, per non dire di quando li ha visti procedere con defogliazioni e diradamento dei grappoli, disperato! Lo stesso papà, oggi, crede più di loro nel prodotto. Il sapiente esperimento è pienamente riuscito e la produzione, ora di 1200 bottiglie, è in crescita e punta alle 15.000-20.000 bottiglie.

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Il colore è rosso rubino, dai riflessi granata acceso, perché ancora piuttosto giovane. All’olfatto si avverte la frutta rossa e la speziatura. La bocca è avvolgente, calda ma non eccessivamente, con un bel finale; più sapido rispetto all’amarone, i tannini si sentono e asciuga quasi la lingua.

Lara consiglia di abbinarlo a un secondo piatto di carne importante come una costata di manzo, uno spezzatino o uno stracotto. Il Brigasco fa 14° e in cantina lo si trova a 18 euro la bottiglia.

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Alfredo Palladino di Terre Sacre di Montenero di Bisaccia (Cb) – Tintilia Doc 2011

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Trentaseienne, produce un vino rarissimo, autoctono. Alfredo è più timido e riservato di Lara, lascia che sia la qualità di ciò che produce a comunicare per lui. Il suo vino è stato tra i migliori di Italia, sfiorando la vetta più alta e la sua è una storia autentica ed emozionante, per la quale ringrazia la famiglia e chi è nel vigneto a lavorare, ma è assolutamente poco noto. D’altronde parliamo del Molise! Il mitico Molise! dite la verità, cosa sapete del M-o-l-i-s-e? sapreste collocarlo sulla carta d’Italia? conoscete il suo capoluogo? A parte Antonio di Pietro, molisani famosi? Figuriamoci quindi conoscere un vino di quella regione!

Ironia a parte, sorprende che i vini di Alfredo (circa 100.000 bottiglie all’anno) vadano all’estero per circa il 60% (Europa, Giappone, Stati Uniti, Canada) e solo il 40% viene distribuito in Italia nel canale HORECA.

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Anche Alfredo proviene da un’azienda arrivata alla terza generazione, ma fino al 2006 davano le loro uve a un consorzio; nel 2005 però decidono di avviare la loro cantina e una produzione propria. Il Tintilia che ci hanno offerto oggi conta una produzione di 3.500 bottiglie all’anno e affonda le radici nella Spagna nel ‘700 (è imparentato col Timparillo), approdando in Italia con i Borboni. Il colore ha note di granata piacevolmente scarico. Elegante al naso, con una nota di piccoli frutti, quasi dolce, morbido, una bella speziatura, si avvertono il mirtillo, il pepe, la confettura di prugne. La bocca è calda e fresca insieme, con una gradazione di 14.5°, tannicità poco espressa, setosa, piacevole. Alfredo ci consiglia di abbinare questo vino all’agnello o allo scottadito. In cantina lo si può avere a 15 euro la bottiglia, che salgono a 22/24 in enoteca.

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Massimiliano Croci per Croci Tenuta Vitivinicola di Castell’Arquato (Pc) – Emozione di Ghiaccio 2007 (vino di ghiaccio a base di malvasia di Candia e moscato)

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Last but not least, come si dice, Massimiliano Croci. Con lui emerge fortemente la voglia di innovare della nuova generazione, con le difficoltà iniziali che questo comporta, e con un bellissimo finale. Una storia difficile, fatta di cose semplici e sacrifici portati avanti da tante generazioni; sullo sfondo un territorio meraviglioso e difficile da abbandonare.

Massimiliano, 34 anni appena compiuti, ci viene presentato come “un ragazzo dal volto mite, ma matto, completamente matto!”. Il nonno agricoltore montanaro, alla nascita del nono figlio ha deciso di scendere in collina per riuscire a colmare meglio le esigenze di una famiglia tanto numerosa. Ha così fondato un’azienda mista con coltivazioni e allevamento portata avanti poi dal padre di Massimiliano finché, negli anni ’80, il calo del prezzo del latte porta ad incrementare la produzione vinicola. La vigna era portata avanti come facevano i nostri nonni, usando il rame e lo zolfo che erano facilmente reperibili e costavano poco, e per concimare si utilizzava il letame dell’azienda. Questi sono gli elementi della tradizione che persistono nel modus operandi di Massimiliano, a cui non piacciono le etichette biodinamico & co oggi tanto di moda, lui fa il vino: “come lo faceva mio nonno”, intervenendo il meno possibile sul territorio.

L’amore per il territorio è forte in Massimiliano, affezionato al meraviglioso panorama che gode da casa sua, dove nelle giornate limpide la vista spazia dal Monte Rosa al Baldo, e legato alle colline al confine tra Piemonte ed Emilia, tra ricchezza e austerità, dove milioni di anni fa c’era il mare, che ha lasciato il segno anche nel vino.

La storia del “vino di ghiaccio” inizia quando il papà di Massimiliano sta male, e lui incomincia a lavorare nel settore mentre ancora va a scuola. Nonostante il padre gli dica: “vai via che hai studiato”, Massimiliano è troppo attaccato alla sua terra per andarsene e inizia a lavorare nell’azienda di famiglia. Si stanca però in fretta di fare vini che non sente suoi e nel 2001, complice il fatto che la Malvasia quell’anno si vendeva poco, convince il padre a provare una cosa diversa. Il “vino di ghiaccio” prende il nome dal fatto che l’uva si raccoglie tra dicembre e gennaio, al mattino presto, con temperature tra i -5° e i -10°; da questa particolarità deriva che l’uva viene disidratata al freddo. Questa scelta ha comportato uno sconvolgimento della vita familiare di Massimiliano: il padre era preoccupato dal fatto che, avendo alcuni cacciatori visto che le uve non erano ancora state raccolte, si spargesse la voce in paese che la famiglia era diventata matta. La madre, meno diplomatica, ogni mattina lo svegliava urlando: “vai a tirare via quelle uve e buttale nel canale!”. Massimiliano però non cede e l’esperimento raggiunge lo scopo: un succo molto denso e molto dolce, che necessita di lunga fermentazione prima di essere travasato. E da qui nuove sveglie traumatiche con la madre che insisteva sulla necessità di travasare il vino.

L’immagine di Massimiliano che corre da suo padre con il primo articolo apparso su La Stampa che elogia         va il suo vino, crediamo sia la degna conclusione di questa travagliata storia di tenacia!

Questo vino può essere prodotto solo nelle annate con correnti di aria fredda e gelate, dal 2002 infatti si sono “saltate” ben cinque annate. La produzione è di 2.000 mezze bottiglie (375 cl) su un totale di 20.000-30.000 bottiglie.

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Il colore è topazio, un’ambra tenue ma affascinante. Al naso è intrigante, con una nota di cedro candito, uva sultanina e mela cotogna. In bocca si presenta molto dolce, fresco, clamoroso, enormemente piacevole e con una nota finale che non finisce più. Massimiliano sottolinea che la grassezza dolce e stemperata dall’acidità della malvasia, che rende il finale non stucchevole. Si consiglia l’abbinamento con formaggi stagionati, anche erborinati, perfetto un grana 48 mesi di montagna, seppure difficile da trovare.

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Veronelli lo definirebbe un vino da meditazione, ed effettivamente a noi piacerebbe molto degustarlo mentre ci godiamo gli splendidi panorami descritti da Massimiliano! Ultima nota, il prezzo,  40-45 euro la bottiglia in enoteca.

Per noi è stata una meravigliosa esperienza e una fantastica occasione per farci un po’ di cultura del vino. Ringraziamo Paolo Massobrio, Marco Gatti, Vinitaly, La Stampa e l’AIFB e speriamo di essere riusciti a restituire al meglio questi vini e questa mattinata.

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Pensacuoca e Fotomangio

Gli articoli di Pensacuoca e Fotomangio sono quelli scritti a quattro mani. La maggior parte dei nostri articoli nasce così, dopo lunghe trattative su tutto. Lui è preciso, ha un ottimo palato e la pazienza per settare correttamente la macchina fotografica. Lei è quella creativa ma scapestrata.

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